Exhibitions / Hirpos

12 Sep 2026 - 30 Mar 2027

Opening time 10:00 - 17:00

Closing time 09:00 - 13:00

Museo Civico Archeologico di Carife
Via Stefano Melina, 24 - Carife Italy

exhibition poster

HIRPOS. Archetipi, memoria e identità nel territorio di Carife

Il Museo Civico Archeologico di Carife – Civiltà preromana della Baronia custodisce circa 350 reperti, tra cui i corredi funerari provenienti dalle necropoli sannitiche locali, databili tra il VI e il IV/III secolo a.C. Un patrimonio che racconta una comunità, le sue pratiche, i suoi riti e il modo in cui ha cercato di dare forma al legame con la vita, la morte e il territorio.

Da questa eredità nasce HIRPOS, progetto espositivo che instaura un dialogo tra archeologia e ricerca artistica contemporanea, coinvolgendo otto artisti italiani e internazionali chiamati a confrontarsi con un luogo dalla forte identità storica, ma ancora in parte da riscoprire.

Il titolo richiama hirpos, il termine osco per “lupo”, animale simbolico da cui deriva il nome degli Irpini e che, secondo la tradizione, guidò il popolo durante la migrazione rituale del Ver Sacrum verso le terre dell’attuale Irpinia. La mostra indaga la persistenza degli archetipi nella costruzione dell’immaginario collettivo, considerando il lupo non soltanto come elemento identitario locale, ma come presenza universale associata alla soglia, al passaggio, alla guida e alla metamorfosi.

Il lupo non è qui un semplice simbolo da illustrare: è una figura di confine, animale e umano, selvatico e domestico, custode e minaccia. Una presenza capace di mettere in relazione ciò che conosciamo con ciò che rimane oscuro, accompagnando l’essere umano nei momenti di attraversamento e ridefinizione identitaria.

Le tombe e i loro corredi testimoniano una concezione complessa del confine tra vita e morte, rivelando il bisogno – comune a ogni civiltà – di dare forma tangibile a ciò che appartiene all’invisibile. La necropoli non è soltanto luogo di sepoltura, ma spazio simbolico in cui una comunità affida alla materia il compito di conservare il ricordo dei propri individui, trasformando l’atto funerario in un dispositivo culturale di continuità e appartenenza.

Le opere non illustrano i reperti né cercano di ricostruire il passato: lo riattivano. Ogni artista entra nel museo attraverso una propria sensibilità, creando un cortocircuito tra la materia antica e il presente — immagini sospese tra apparizione e dissolvenza, che evocano la natura instabile del ricordo e la condizione liminale propria di ogni esperienza di trasformazione.

Gianluca Capozzi, artista italiano nato ad Avellino nel 1973 e residente ad Aiello del Sabato, porta nel progetto una pittura sospesa tra realtà e visione. Le sue immagini del lupo che si fa umano introducono una mutazione ambigua: non una semplice metamorfosi, ma il momento in cui i confini tra animale e uomo diventano incerti. La sua ricerca, già caratterizzata da figure fantasmatiche e da una sensibilità percettiva che rende visibile ciò che sfugge allo sguardo, trova nel mito di Hirpos un terreno particolarmente fertile.

Enrico Baldini interviene sulla memoria recente del territorio attraverso oggetti fotografati nelle case abbandonate dopo il terremoto del 1980, successivamente riprodotti e stampati in negativo. Il negativo diventa la forma più adatta per raccontare oggetti sospesi tra ciò che erano e ciò che resta: dove l’ombra diventa luce, un dettaglio nascosto riaffiora. È un doppio recupero — dalle macerie e dalla memoria.

Con Elisa Zadi, artista italiana nata ad Arezzo e residente a Firenze, il legame con la natura e il simbolico assume un carattere intimo e rituale. Il suo Giglio di San Giovanni, tradizionalmente associato all’amuleto naturale e al portafortuna, introduce nel museo un elemento vegetale che appartiene a una memoria arcaica ancora presente nel contemporaneo. La sua ricerca, che attraversa pittura, installazione, performance e poesia, indaga da anni il nesso tra identità, natura e simbolo.

Eleonora Picariello, ideatrice del progetto, parte direttamente dai manufatti del museo e dalla vicina necropoli. Nei suoi lavori il reperto archeologico viene rielaborato attraverso il disegno: i tratti vengono isolati, ripresi e trasformati in una nuova immagine. Non si tratta di una riproduzione archeologica, ma di un modo per riportare l’oggetto nel presente attraverso lo sguardo dell’artista, stabilendo un legame diretto tra museo, territorio e necessità contemporanea di riconoscere le proprie radici.

Roberta Toscano affronta il tema del limite attraverso il video Interludio, dove la presenza sfuma progressivamente verso la morte e la coscienza sembra arrendersi all’oblio. Accanto l'installazione Naturaumana introduce un’altra tensione fondamentale del progetto: quella tra ciò che chiamiamo natura e ciò che definiamo umano. Il suo lavoro sposta il discorso dalla storia alla condizione dell’uomo, dalla memoria individuale a quella collettiva.

Olga Buneeva, artista russa milanese di adozione, lavora da anni sulla memoria, sulle narrazioni familiari e sui processi attraverso cui il passato viene trasformato, deformato o ricostruito. Nel progetto presenta la ricostruzione archeologica di una sepoltura femminile: una vera e propria mistificazione artistica che mette in discussione il nesso tra reperto, verità e racconto. La ricostruzione non vuole simulare l’archeologia, ma interrogare quanto ogni ricostruzione contenga inevitabilmente una parte di invenzione.

Pietro Antolini presenta uno scrigno apribile, oggetto di antica memoria che introduce un’altra componente fondamentale della mostra: quella del contenitore. Uno scrigno custodisce qualcosa che non è immediatamente accessibile; apre quindi una relazione tra interno ed esterno, visibile e nascosto, possesso e memoria. Nel contesto archeologico, il suo valore non è quello di imitare un reperto, ma di evocare la funzione ancestrale dell’oggetto come custode di ciò che attraversa il tempo.

Chiude il percorso Özlem Oğuzhan, artista di Istanbul, con il poetico video Singing for la Loba. Qui il territorio non è più soltanto il luogo in cui la storia è accaduta, ma diventa materia stessa del progetto. La voce, il paesaggio e la figura della lupa costruiscono un momento quasi rituale, nel quale il mito torna a essere una forma contemporanea di relazione con il luogo.

Otto artisti, linguaggi differenti, otto modi di avvicinarsi a una stessa domanda: che cosa rimane di una comunità quando il tempo ha trasformato i suoi luoghi, i suoi corpi e i suoi oggetti?

HIRPOS non cerca una risposta univoca. Mette in tensione reperto e opera contemporanea, documento e visione, storia e mito, evidenziando come alcune strutture simboliche continuino a permanere nel tempo, modificando il linguaggio ma conservando una funzione essenziale nella comprensione dell’esperienza umana. Le necropoli di Carife diventano così testimonianza non solo di una storia locale, ma di una condizione universale: il legame con gli antenati, con il territorio e con il mistero della morte contribuisce alla formazione dell’identità individuale e collettiva.

Il museo diventa un luogo non soltanto di conservazione, ma di produzione di nuovi significati: un organismo vivo, capace di generare interpretazioni attraverso l’incontro con l’arte contemporanea. La scelta della direttrice Pierina De Simone di aprire il museo al contemporaneo si inserisce in questa prospettiva: valorizzare il patrimonio archeologico significa permettergli di continuare a generare domande e relazioni.

HIRPOS diventa così anche un modo per restituire centralità a Carife e all’Irpinia, area di grande rilevanza storica e archeologica, mettendola in relazione con artisti provenienti da esperienze e contesti differenti.

Il lupo degli Irpini, figura originaria che secondo il mito indicò la strada verso una nuova terra, diviene metafora di una ricerca ancora attuale: quella che conduce l’uomo verso la comprensione delle proprie radici e del luogo che le custodisce — non verso un passato da ricostruire, ma verso un territorio da guardare nuovamente, in cui archeologia e contemporaneo possono incontrarsi non per spiegarsi, ma per aprire nuove possibilità di lettura della memoria, dell’identità e del luogo.

Da un'idea di Eleonora Picariello

A cura di Enrica Benedetto

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HIRPOS Progetto espositivo