Exhibitions / MAKE ART NOT WAR Paola Cordischi, Claudio Marani, Mauro Tiberi
6 Dec 2025 - 14 Dec 2025
Opening time 18:00 - 21:00
Closing time 15:00 - 18:00
Extralibera
Via Stamira 5 - Roma Italy

MAKE ART NOT WAR communication by three artists—Claudio Marani, Mauro Tiberi, Paola Cordischi—who, using different yet complementary languages, construct an aesthetic and political device of attention, listening, and questioning. The exhibition offers not slogans, but an immersive field, a "sensitive field," in which images, voices, and symbols are removed from the rhetoric of power and reactivated as critical, ritual, and community tools.
It is a multimedia event, a concert of sounds and images celebrating peace. Their artistic lifestyle is radically opposed to war: artists become peacemakers, offering an experience that is not propaganda, but restlessness, questioning, and the possibility of connection.
Claudio Marani — Politics of Light
A multidisciplinary artist, Marani works with light as a political material. His video installations are not mere scenery, but perceptual architectures that ask the viewer to take a stance.
The projections not only accompany Tiberi's musicality, but also react to his voice, even being generated by it through artificial intelligence. The result is a magical event where technology is not an end in itself, but deeply integrated into the artist's message and aesthetic.
Light becomes a critical language: it reveals what normally remains invisible—wounds, tensions, memories, questions that find no peace.
Mauro Tiberi — The Voice as Insurrection
Tiberi's vocal practice—between harmonic singing, Eastern sacred vocality, ritual traditions, and drone music—acts as a primordial and collective force.
His improvisations revolve around the words Om, Salam, Shalom, Pax, Mir, evoking archaic languages and merging the sounds of different ethnicities. The result is a song of peace between peoples distant in time and space, suggesting a universal brotherhood.
His voice doesn't shout, but penetrates. It neither convinces nor seduces: it transforms. It is a counter-discourse to the rhetoric of war, an acoustic territory that unites rather than divides.
Paola Cordischi — The Flags, The Torn Imaginary
Cordischi's FLAGS are humble, recycled fabrics that blend symbols from different nations, stripping wars of meaning and purpose. Her solo exhibition, KAOS, reflects the cruelty and absurdity of contemporary times.
The flags become vulnerable signs, deconstructed icons, open-ended questions. Displayed alongside Marani's light and immersed in Tiberi's vocal vibration, they restore art's unsettling and communal function.
A politics of art that is not propaganda
In MAKE ART NOT WAR, art does not replace politics—it unsettles it. It doesn't take sides, but rather opposes a logic that simplifies, divides, and militarizes the gaze.
The artists create an immersive experience that gives the audience the possibility of another perception, another language, another relationship with others.
The exhibition is an invitation to suspend the dominant narrative and inhabit a space of complexity, fragility, and resonance. It is not a manifesto. It is a force field. A threshold. A place where peace is not a utopia, but a perceptive exercise.
An event to say a resolute NO to war through art, because peace is built and defended in times of peace.
curated by Enrica Benedetto
In un tempo in cui la guerra è tornata a dettare il ritmo del mondo — guerra dichiarata, guerra economica, guerra psicologica, guerra dell’informazione — fare arte non è più un atto neutro. È un posizionamento. È prendere parola. È resistere.
MAKE ART NOT WAR riunisce tre artisti — Claudio Marani, Mauro Tiberi, Paola Cordischi — che con linguaggi differenti ma complementari costruiscono un dispositivo estetico e politico di attenzione, ascolto e interrogazione. La mostra non offre slogan, ma un campo immersivo, un “campo sensibile”, in cui immagini, voci e simboli vengono sottratti alla retorica del potere e riattivati come strumenti critici, rituali e comunitari.
È un evento multimediale, un concerto di suoni e immagini per celebrare la pace. La scelta di vita artistica si pone come radicalmente opposta alla guerra: gli artisti diventano costruttori di pace, proponendo un’esperienza che non è propaganda, ma inquietudine, interrogazione e possibilità di relazione.
Claudio Marani — Politiche della Luce
Artista multidisciplinare, Marani lavora sulla luce come materia politica. Le sue videoinstallazioni non sono mero scenario, ma architetture percettive che chiedono allo spettatore di assumere una posizione.
Le proiezioni non solo accompagnano la musicalità di Tiberi, ma reagiscono alla sua voce, fino a essere generate da essa attraverso l’intelligenza artificiale. Ne risulta un happening magico dove la tecnologia non è fine a sé stessa, ma profondamente integrata al messaggio e all’estetica dell’artista.
La luce diventa linguaggio critico: mostra ciò che normalmente resta invisibile — ferite, tensioni, memorie, domande che non trovano pace.
Mauro Tiberi — La Voce come Insurrezione
La pratica vocale di Tiberi — tra canto armonico, vocalità sacra orientale, tradizioni rituali e drone music — agisce come forza primordiale e collettiva.
Le sue improvvisazioni si muovono intorno alle parole Om, Salam, Shalom, Pax, Mir, evocando linguaggi arcaici e fondendo sonorità di etnie diverse. Ne nasce un canto di pace tra popoli lontani nel tempo e nello spazio, che suggerisce una fratellanza universale.
La sua voce non grida, ma penetra. Non convince né seduce: trasforma. È un contro-discorso alla retorica bellica, un territorio acustico che unisce invece di dividere.
Paola Cordischi — Le Bandiere, L’Immaginario Strappato
Le FLAGS di Cordischi sono tessuti poveri e riciclati che mischiano simboli di nazioni diverse, togliendo alle guerre senso e motivo. La sua personale KAOS riflette la crudeltà e l’assurdità dei tempi contemporanei.
Le bandiere diventano segni vulnerabili, icone decostruite, domande aperte. Esposte accanto alla luce di Marani e immerse nella vibrazione vocale di Tiberi, restituiscono all’arte la sua funzione perturbante e comunitaria.
Una politica dell’arte che non è propaganda
In MAKE ART NOT WAR l’arte non si sostituisce alla politica — la inquieta. Non prende posizione per una parte, ma contro una logica che semplifica, divide e militarizza lo sguardo.
Gli artisti costruiscono un’esperienza immersiva che restituisce al pubblico la possibilità di un’altra percezione, di un altro linguaggio, di un’altra relazione con l’altro.
La mostra è un invito a sospendere la narrazione dominante e ad abitare uno spazio di complessità, fragilità e risonanza. Non è un manifesto. È un campo di forze. Una soglia. Un luogo in cui la pace non è un’utopia, ma un esercizio percettivo.
Un evento per dire con l’arte un deciso NO alla guerra, perché la pace si costruisce e si difende in tempo di pace.
a cura di Enrica Benedetto










